Trovabilità 1: presenza di un criterio di classificazione generale dei contenuti

Classificazioni gerarchico-enumerative (o monodimensionali) vs. classificazioni analitico-sintetiche (o multidimensionali, o a faccette) vs. folksonomy (o tag).

Ma quando usare l’una e quando l’altra; o quando integrarle e come?

Quando si adottino classificazioni gerarchico-enumerative, che tipo di coerenza hanno tali sistemi? Applicano cioè un unico criterio di divisione? E sono riconducibili a schemi standard? Su questi aspetti vedi:

Un’interessante ricerca sui principi di divisione nelle classificazioni del Web è stata realizzata da Zins (2002). Lo studioso, dopo aver analizzato nove siti della rete (portali commerciali, directory, selezioni di risorse da parte di bibliotecari) con lo scopo di dedurne gli schemi organizzativi e il loro livello di “mescolamento”, dimostra come “a mixture of categories that reflect different classificatory criteria” (Zins, 2002) sia la norma del Web.

Ma sul Web è necessario impiegare un solo principio di divisione alla volta? In altre parole, la mutua esclusività delle categorie e di conseguenza la coerenza sono proprietà irrinunciabili degli schemi di classificazione del Web? E ancora: il rigore metodologico nella costruzione delle classificazioni, e quindi il rispetto delle regole e dei principi propri di un corretto procedimento classificatorio, sono requisiti fondamentali o si possono mettere da parte a favore di un approccio maggiormente “disinvolto”?

Secondo Zins (2002) infatti: “a structured classification scheme helps users to overcome the perplexing effect of the chaotic nature of the Internet by providing a cognitive model of information domain [...]. However, very often a cognitive model of the information domain can be misleading, since it may be based on a biased, illogical, or inconsistent scheme”. Anche Rosenfeld e Morville (2002) sono di parere simile: “il potere di uno schema organizzativo puro deriva dalla sua capacità di suggerire un semplice modello mentale che l’utente può facilmente comprendere. Gli utenti riconoscono facilmente un’organizzazione specifica per audience o per argomento e schemi organizzativi puri abbastanza piccoli possono essere applicati a grandi quantità di contenuto senza sacrificarne l’integrità o sminuirne l’usabilità. Tuttavia, quando si inizia a miscelare elementi di molteplici schemi, ne consegue spesso confusione e le soluzioni sono raramente scalabili. Poiché le parti sono mischiate tra loro, non possiamo formarci un modello mentale”.

Un sistema coerente è anche maggiormente prevedibile: all’utente potrebbe bastare la lettura di solo alcune classi per dedurre tutte le altre, rendendo così più semplice e più rapida l’attività di comprensione e di apprendimento. A volte, per esempio se l’utente trova subito l’informazione che cercava (magari ancor prima che la pagina si sia completamente caricata!), può capitare che veri e propri modelli mentali non vengano prodotti: “gli utenti decidono molto velocemente quali parti della pagina sembrano avere informazioni utili e poi quasi nemmeno volgono lo sguardo al resto — quasi come se non ci fosse” (Krug, 2000). Quando modelli mentali sono invece necessari, la rapidità della loro creazione e la prevedibilità del sistema sono aspetti molto importanti (Marino 2004).

Quando si adottino invece classificazioni di tipo analitico-sintetico o a faccette, in che misura queste sono applicate rispetto agli standard bibliotecari? Vale a dire: la faccettazione (o sfaccettatura) dei contenuti si ispira solo nella logica di fondo alla Faceted Classification, o ne sposa anche aspetti più specifici: riferimento allo schema generale di Ranganathan o allo schema generale del Classification Research Group; ordine di citazione delle classi e notazione specifica?

Qualunque sia il sistema usato, in che misura esso favorisce la trovabilità?