Un modello integrato di interazione uomo-informazione

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In un saggio del 2002 (forse troppo poco citato) Marcia Bates offre una sintesi illuminante dei modelli comportamentali di ricerca dell’informazione (information seeking). Questo lavoro ha il merito di ricomporre in un modello unitario le diverse prospettive secondo cui una lunga serie di studi ha indagato le modalità di ricerca dell’informazione nei vari contesti, tanto fisici quanto digitali.


A dieci anni di distanza dal suo bellissimo saggio The design of browsing and berrypicking techniques for the online search interface (Tecniche di esplorazione e ‘raccolta delle bacche’ per interfacce di ricerca online), Marcia Bates ci regala un altro pezzo di bravura destinato a diventare un classico. È infatti ancora lei a ricomporre in un modello unitario le diverse prospettive secondo cui una lunga serie di studi (v. Kalbach 2000) ha indagato le modalità di ricerca dell’informazione nei vari contesti – tanto fisici quanto digitali. Lo fa nell’intervento Toward an integrated model of information seeking and searching (Verso un modello integrato di raccolta e ricerca dell’informazione), presentato alla quarta conferenza internazionale su “Information needs, seeking and use in different contexts” (Lisbona 11-13 settembre 2002).

Mentre le precedenti ricerche sul tema focalizzavano soprattutto sul contesto sociale e culturale dell’interazione uomo-informazione, il lavoro di Marcia Bates propone un modello che integra gli aspetti sociali e culturali con quelli biologici e antropologici della relazione uomo-informazione, così da offrire un quadro unitario delle diverse strategie di raccolta delle informazioni.


Il modello integrato di ricerca delle informazioni proposto da Marcia Bates.

Quattro strategie fondamentali

Bates distingue quattro strategie fondamentali di raccolta o ricerca dell’informazione, disposte in una matrice bidimensionale. I due assi della matrice indicano il grado di consapevolezza dell’individuo circa l’informazione ricercata (asse verticale) e il grado di volontarietà del processo di ricerca stesso (asse orizzontale). Per ciascuno di questi assi vengono distinte due modalità opposte:

  • asse verticale (grado di consapevolezza dell’oggetto ricercato; grado in cui sappiamo di aver bisogno di conoscere una data informazione)
    • diretto: posso specificare cosa sto cercando, se pure con minore o maggiore precisione
    • indiretto: non so cosa sto cercando
  • asse orizzontale (grado di volontarietà)
    • attivo: ricerca attiva di una informazione
    • passiva: acquisizione passiva di una informazione (dal contesto, da altri etc.).

Dalle diverse combinazioni di tali modalità scaturiscono le quattro strategie fondamentali di ricerca:

  1. ricerca attiva e consapevole (searching) di una informazione specificabile
  2. monitoraggio (monitoring): capacità di assorbire dall’esterno informazioni di specifico interesse senza però cercarle direttamente; si tratta di una sorta di propensione alla serendipità
  3. esplorazione (browsing): non abbiamo uno specifico interesse o bisogno conoscitivo, ma ci esponiamo attivamente alla possibilità di acquisire nuove informazioni
  4. acquisizione/consapevolezza (awareness): acquisizione passiva di informazioni (sono le informazioni che ci vengono incontro, non siamo noi a cercarle) e indiretta (in assenza di esigenze conoscitive specifiche).


Percentuali di rilevanza di ciascuna strategia di ricerca di informazioni nell’agire quotidiano.

La frequenza con cui ciascuna strategia occorre nella nostra vita ci offre le riflessioni più interessanti. Circa l’80% delle informazioni che acquisiamo nel corso della nostra vita ci vengono attraverso la modalità di awareness; circa il 14% attraverso il monitoring; solo il 5% è acquisito mediante browsing e un esiguo 1% mediante searching. La quasi totalità (94%) del nostro bagaglio conoscitivo deriva quindi da una modalità passiva di acquisizione delle informazioni.

Il principio del minimo sforzo

Il principio del minimo sforzo (least effort) regola quindi il nostro sistema di information seeking. Al punto tale che spesso accettiamo anche contenuti di bassa qualità o affidabilità (se più facili da ottenere e usare) pur di non ricorrere a strategie di ricerca attive, le quali comportano necessariamente sforzi, tempi e competenze maggiori.

We have long puzzled in this field over this human perverseness. Why do physicians not use the medical literature, rather than relying on the drug company salesman for information about a new drug? Why will our students not get up and walk a hundred meters to access a key journal article in the library? Well, put in the context presented here, we can see that throughout human history, most of the information a person needed came to him or her without requiring active efforts to acquire it. Picture the hunter-gatherer: Raised in a family group or clan, most learning came through interaction with one’s mates and with the environment, that is, through being aware and monitoring. […]

Directed searching is further complicated by another factor in our modern lives. It has only been in the last 200 years or so that the amount of recorded information available has grown to such an extent that complex and sophisticated access mechanisms have had to be developed to enable access. So, people accustomed to mostly passive ways of learning new information not only have to search actively for the information, but also have to master a fair amount of ancillary skills and knowledge just to be able to search for the information, with no guarantee that that effort will actually lead to an answer (Bates 2002: 6).

Push vs. pull

L’aumento esponenziale delle informazioni, dei prodotti e delle scelte che caratterizza la società degli ultimi decenni porta con sé indubbi vantaggi quanto alla disponibilità di informazioni e beni, ma rende anche più complessa la procedura di ricerca e selezione dell’oggetto del nostro bisogno (specie se l’obiettivo non è ben conosciuto). Ecco perché in questo scenario la semplicità, la possibilità di restringere le opzioni di scelta in base al contesto, o (ancora meglio) la possibilità che siano le informazioni e i prodotti stessi d’interesse a venire verso di noi (anziché viceversa) acquistano un valore cruciale. È la cosiddetta modalità push (v. Morville 2005: 115).

Il principio del minimo sforzo della Bates trova riscontro fra l’altro anche nelle affermazioni di Krug sul concetto di satisfacing (soddisfacimento col minimo sforzo):

nella maggior parte dei casi non facciamo la scelta migliore – scegliamo la prima opzione ragionevole, adottando una strategia nota col nome di satisficing. […]

Pur avendo osservato questo comportamento per anni, la sua valenza non mi era stata davvero chiara fino alla lettura del libro di Gary Klein Sources of Power: How People Make Decisions. Klein ha trascorso 15 anni nello studio sul campo dei processi decisionali: come le persone (pompieri, piloti, campioni di scacchi e operatori di centrali nucleari) prendono decisioni fortemente rischiose in ambienti reali sotto pressione di tempo, con obiettivi incerti, informazioni limitate e in condizioni di continuo mutamento.

[… Queste persone] prendevano il primo piano ragionevolmente adeguato che veniva loro in mente e passavano mentalmente in rassegna i possibili problemi. Se non ne vedevano, lo mettevano in pratica (Krug 2006: 24).

Bibliografia

Bates M.
2002 Toward an integrated model of information seeking and searching, Keynote Address, Fourth international Conference on Information Needs, Seeking and Use in Different Contexts, Lisbon, Portugal, September 11, 2002.

Kalbach J.
2000 Designing for Information Foragers: A Behavioral Model for Information Seeking on the World Wide Web, Internetworking, 3.3 (2000).

Krug S.
2006 Don’t make me think. Un approccio di buon senso all’usabilità web, Tecniche Nuove.

Maurer, D.
2006 Four Modes of Seeking Information and How to Design for Them, Boxes and Arrows.

Morville P.
2005 Ambient Findability: What We Find Changes Who We Become, O’Reilly.

08.05.2007