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di Luca Rosati
Un illuminante articolo di Morville mette in guardia dai pericoli del riduzionismo nel (re)design dei siti, ribadendo la necessità di un approccio olistico e integrato alla progettazione. Morville illustra come le due strategie cosiddette Top-Down e Bottom-Up debbano fondersi e bilanciarsi a vicenda. Tuttavia, data la complessità dei siti attuali, è oggi più che mai [...]
Un illuminante articolo di Morville mette in guardia dai pericoli del riduzionismo nel (re)design dei siti, ribadendo la necessità di un approccio olistico e integrato alla progettazione. Morville illustra come le due strategie cosiddette Top-Down e Bottom-Up debbano fondersi e bilanciarsi a vicenda. Tuttavia, data la complessità dei siti attuali, è oggi più che mai necessario un approccio iniziale che parta dall’analisi dell’esistente, attraverso una solida procedura Bottom-Up:
At the very bottom of each site sits the content that users spend time trying to find. We must immerse ourselves in this messy reality before we can craft workable solutions. A bottom-up approach will help us do that.
La differenza fra i due approcci consiste nella domanda che essi pongono al progettista:
populating a top-down taxonomy, the central question is “where do I put this?”, but at the heart of the bottom-up approach is the question “how do I describe this?” [...] Where the top-down question evokes a single answer, the bottom-up question suggests many answers.
Ma attenzione: questo approccio non deve essere disgiunto da una visione globale del contesto in cui si opera (the big picture
), pena il ridursi di tutto il lavoro a una astratta quanto inutile tassonomia. Ecco perché Morville, e altri con lui, mettono in guardia da sterili procedure in voga presso molte aziende:
many Web and intranet managers have embarked on a long, painful, and doomed journey to build a single, all-purpose enterprise taxonomy.
25.11.2002 - Luca Rosati