Architettura dell’informazione giornalismo e cross-medialità. Dal giornale-cattedrale all’universo liquido

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Contesto: questa è la parola d’ordine. La notizia non ha valore in sé, ma nel suo legame con un contesto: vale a dire per la capacità di generare storie e costruire senso. Insomma, è il grappolo non il singolo acino a creare valore; il grappolo è la vera unità elementare di un giornale; oggi qualunque contenuto è un ecosistema.


Riproponiamo con qualche aggiornamento quest’articolo di Federico Badaloni (pubblicato qui nel 2010) perché sintetizza bene il suo intervento al Festival internazionale del giornalismo di Perugia (con Cristina Lavazza e Italo Marconi), e rivela anche a distanza di tempo una forte attualità.

* * *

In quest’articolo ho condiviso i ragionamenti che stiamo facendo nel Gruppo Editoriale L’Espresso sul ruolo dell’architettura dell’informazione rispetto all’ecosistema della produzione, della gestione e della distribuzione di un particolare tipo di informazione: quella di natura giornalistica.

Analizzare questo particolare aspetto può aiutare a inquadrare meglio anche altri contesti in cui il rapporto fra un individuo e l’informazione viene mediato da un artefatto culturale che aggiunge significato all’informazione originaria.

Per evitare che la questione assuma connotati troppo astratti, l’articolo si chiude con una serie di checklist da utilizzare nel lavoro di tutti i giorni. Si tratta di liste di domande che mi sono molto utili per verificare se i progetti a cui lavoro sono abbastanza resistenti non soltanto rispetto alle sfide contingenti, ma anche rispetto agli sviluppi futuri che è possibile prevedere.

Il Web, il contenuto e i contenitori

L’avvento del digitale, come ha sottolineato più volte Mario Tedeschini Lalli, ha frantumato “il contenuto nelle sue unità elementari, le quali hanno fatto premio sui contenitori”. Si pensi in proposito allo scardinamento del valore dell’album in ambito discografico in favore dell’acquisto dei singoli brani in esso contenuti. L’album, cioè la collezione e l’ordinamento delle tracce audio, non aggiungeva particolare valore ai brani in esso contenuti e gli utenti — appena ne hanno avuta la possibilità — hanno smesso di pagare per esso.

Anche i giornali, come gli album, possono essere intesi come collezioni ordinate di oggetti: le notizie. Si tratta però di collezioni che esprimono un valore aggiunto rispetto alle notizie contenute: la prospettiva, la ricostruzione del contesto che serve a comprendere meglio ognuna di esse. In altre parole, il giornale raccoglie storie, intese come gruppi di notizie e crea allo stesso tempo un contesto generale che serve a comprendere l’importanza relativa ad ogni storia rispetto alle altre. Sono proprio le storie le vere unità elementari di un giornale.

È questo valore aggiunto dalla intermediazione giornalistica, ciò per cui gli utenti sono disposti a pagare. Non le notizie, che rappresentano ormai una commodity e fra l’altro hanno un valore molto limitato nel tempo. Il compito dell’architettura dell’informazione in un gruppo editoriale è quindi la salvaguardia e il potenziamento di questo valore. Cominciamo allora con l’analisi dei meccanismi con cui questo valore è generato.

La produzione delle storie

L’attività giornalistica che sta alla base del prodotto-giornale è articolata su quattro assi:

  • sourcing, cioè la ricerca e l’individuazione delle notizie
  • sorting, cioè la scelta delle informazioni che sono considerate rilevanti
  • clustering, cioè la suddivisione di queste informazioni in gruppi omogenei per tema trattato,
  • ordering, cioè la disposizione di questi gruppi lungo un asse orientato per importanza decrescente.

È interessante notare, per inciso, che si tratta di attività che costituiscono il pane quotidiano di tutti noi architetti dell’informazione. Forse anche per questo alcuni hanno definito il giornale come un’applicazione realizzata su una piattaforma bidimensionale e mono-mediale: la carta.
In questa ottica, coloro che in redazione ogni giorno progettano il cosiddetto timone, cioè scelgono i “templates” in funzione delle storie che verranno raccontate nel giornale di domani e definiscono la loro successione, possono rappresentare i nostri predecessori nel mondo analogico.

La rappresentazione delle storie

In un giornale, le storie sono rappresentate in pagine o doppie pagine a seconda della loro importanza. Gli elementi che le compongono, cioè le notizie, le tabelle, le analisi, le schede infografiche e le foto, si affiancano come tessere di un mosaico dal quale emerge il senso generale della vicenda.

Per fare in modo che il lettore comprenda immediatamente il ruolo e l’importanza di ogni tessera, i grafici utilizzano una grande quantità di elementi simbolici, oltre che di testi. È simbolico, infatti, l’utilizzo di un font più piccolo o più grande, del colore, dei segni grafici (come le frecce o le icone). Gli stessi numeri di pagina sono simboli che funzionano un po’ come una scrollbar, facendoci capire a che punto ci troviamo all’interno della applicazione-giornale.

Figura 1. La rappresentazione di una storia e delle relazioni che intercorrono fra le sue componenti, realizzata con elementi descrittivi e simbolici all’interno della "doppia pagina" di un giornale.

Per rendere possibile il trasporto delle storie attraverso le diverse piattaforme e gli ecosistemi digitali in cui esse vengono rappresentate, dobbiamo strutturare e archiviare il legame fra le informazioni in una forma non simbolica, ma descrittiva.

Solo così le informazioni possono disporsi nella conformazione ideale per comunicare il senso a seconda della piattaforma attraverso la quale si trovano ad essere fruite. Questa è la vera nuova sfida per l’architettura dell’informazione al servizio del giornalismo.

Figura 2. La rappresentazione di una storia e delle relazioni che intercorrono fra le sue componenti, all'interno di un template web.

Vincere questa sfida significa ridurre (certamente non abolire) i costi industriali di adattamento continuo della forma della narrazione in funzione dei differenti contesti e delle differenti piattaforme in cui essa si determina.

Rendere trasportabili i dati, ogni elemento di una storia e ogni storia nel suo complesso, oltre che renderli trovabili, significa rendere virale la diffusione della conoscenza. È una sfida decisiva, considerando che oggi l’80% dell’engagement sui contenuti digitali avviene al di fuori del sito d’origine.

Salvaguardare le relazioni interne

Il percorso che stiamo seguendo è quello di valorizzare e dotare di struttura gli oggetti logici che servono ad esprimere il legame fra i diversi elementi di una storia, come un video, una galleria di immagini, un testo, un documento scansionato, eccetera. Questa struttura deve essere in grado di esprimere il motivo di un’associazione, il significato, rappresentandone contemporaneamente il “peso”, cioè un giudizio di valore relativo ad ogni elemento.

Figura 3. Il legame fra due item narrativi deve essere descritto con un corpus di metadati dedicato.

Il problema del trasporto di una storia attraverso le piattaforme e i diversi ecosistemi digitali rappresenta però soltanto un aspetto del recupero del valore del lavoro giornalistico. È infatti fondamentale che le strutture architetturali consentano anche di aumentare questa storia sfruttando appieno le possibilità espressive che la digitalizzazione dell’informazione offre.

Mi riferisco da un lato al fatto che un giornalista possa continuare ad aggiungere elementi ad una storia, via via che accadono nuovi sviluppi; dall’altro al fatto che possano farlo anche tutti coloro che fruiscono del racconto online. Online, una storia è un processo. Sulla carta, una storia è una fotografia della realtà come appare verso le ventidue e trenta al massimo.

Figura 4. Un esempio di "living story", cioè di storia come processo che si compie nel tempo. La storia si compie con il contributo dei lettori e aggrega anche le informazioni esterne alla testata.

La storia, online, non ha i limiti di spazio che incontra sulla carta. Essa può includere le fonti, le prove documentali che hanno dato le mosse alla narrazione, all’interpretazione e all’analisi giornalistica. In questo senso l’architettura dell’informazione deve riuscire a costruire un ecosistema di dati e documenti che abbia una sua identità anche al di là dei contesti originari di presentazione.

Su questo fronte segnalo l’ottimo lavoro fatto da Martin Belam al Guardian, o il progetto Document Cloud del New York Times, o il modello di apertura dell’informazione perseguito dalla BBC, ad esempio, nella sezione dedicata alla musica in cui sono disponibili a tutti le informazioni relative agli artisti e alle band in RDF.

Tirando le somme

Il ruolo centrale dell’architettura dell’informazione è quindi, in una parola, quello di abilitare:

  • abilitare gli utenti a creare autonomamente nuovi artefatti ri-elaborando elementi dell’informazione originaria (connettendo, confrontando, seguendo un filo logico, aggiungendo senso attraverso commenti, foto, video, ecc.)
  • abilitare l’attività giornalistica ad esprimersi sfruttando appieno tutte le potenzialità dell’universo digitale.

Ma per abilitare nel tempo, una buona architettura deve essere duttile, riuscire cioè ad assorbire nuovi elementi tassonomici sia a livello delle categorie sia degli attributi delle informazioni; e scalabile, cioè in grado di accogliere al suo interno nuovi oggetti narrativi (assi del tempo, mappe interattive, particolari cluster di informazioni). Provate a pensare la situazione opposta: un’architettura dell’informazione che non abilità nel tempo è un’architettura destinata a diventare una gabbia per chi la usa.

Take away: una checklist per tutti i giorni

Nel lavoro quotidiano, con i miei colleghi ho messo da parte una lista di “buone domande”. Ci serve per verificare la corretta impostazione dei progetti a cui lavoriamo – un po’ come le checklist che servono ai piloti d’aereo per controllare che tutto sia in ordine prima di decollare. La suddivido nei tre filoni principali di intervento: tassonomia, tecnologia, progettazione dei contenuti.

Tassonomia

  • In che misura si può contribuire a creare categorie e sottocategorie e chi è abilitato a farlo (redazione, utenti, entrambi)?
  • In che misura si può contribuire al tagging e chi può farlo? (Ad esempio, ci sono testate in cui la redazione usa un set controllato di tag, mentre gli utenti possono usarne molti di più; in altri contesti è invece importante che utenti e redattori condividano e alimentino la stessa base di tag).
  • In che misura vengono utilizzati geotag e chi è abilitato a farlo?
  • In che misura e in che modo la tassonomia è influenzata dall’utilizzo?

Tecnologia

  • La tecnologia scelta è abbastanza aperta rispetto allo sviluppo incrementale dei requisiti? (Le esigenze si raffinano in corso d’opera, le idee vengono usando gli artefatti).
  • Il codice è aperto agli sviluppatori? C’è una grande comunità che sviluppa?
  • Se la tecnologia è proprietaria, che prospettive di manutenzione evolutiva ci sono?

Produzione e struttura dei contenuti

  • In che misura si possono inventare nuovi tipi di contenuto e chi può farlo?
  • In che misura i contenuti degli utenti vengono mescolati ai contenuti redazionali? (Il che significa anche quanto i due attori insistano o meno su un medesimo sistema tassonomico).
  • In che misura è possibile personalizzare le interfacce e le architetture del back-end?
  • In che misura è possibile personalizzare il front-end?
  • Che strumenti esistono per la disseminazione dei contenuti (dal “dillo a un amico”, ai connettori dei social network, dai feed rss ai codici di embed)?
  • In che misura è possibile per gli utenti fruire in forma disaggregata di contenuti originariamente presentati dalla redazione in forma aggregata?
  • In che misura è possibile per gli utenti ri-aggregare contenuti in una forma diversa da quella immaginata dalla redazione?

Mi auguro che queste domande siano utili anche ad altri e spero in integrazioni, critiche, emendamenti da parte di chiunque ne abbia voglia.

Bibliografia

  1. Arkenberg, C. 2010. Transmedia Storytelling & the New Media Convergence. Urbeingrecorded, 23 giugno.
  2. Associated Press. 2008. A New Model for News.
  3. Badaloni, F.
    2009a. Sbatti un database in prima pagina. Snodi, 23 giugno.
    2009b. Usabile non basta. Snodi, 28 giugno
    2009c. Dobbiamo progettare storie come onde. Snodi, 2 dicembre.
    2010. La rilevanza è senso nel caos. Snodi, 12 gennaio.
    2013. Information Architecture: an infrastructure for organized thinking. Snodi, 10 giugno.
  4. Benkoil, D. 2010. Portability, Participation Rule for New Media Consumer. Mediashift – PBS, 30 marzo.
  5. De Biase, L. 2010. iPad, i giornali sono applicazioni. Luca De Biase blog, 28 gennaio.
  6. Halvorson, K. 2008. The Discipline of Content Strategy. A List Apart, 16 dicembre.
  7. Hinton, A. 2009. The Machineries of Context: New Architectures for a New Dimension. Journal of Information Architecture, 1, 1.
  8. Jarvis, J. 2009. The API revolution. BuzzMachine, 17 giugno.
  9. Kahn, J. 2010. Strategic Content Management. A List Apart, 7 settembre.
  10. Kelway, J. 2010. Engagement and Optimisation: Architecture for optimisation. User Pathways, 9 marzo.
  11. Lamberts, H. 2010. Design for Relevance. Design Management Institute.
  12. Maistrello, S. 2011. Io editore tu Rete: grammatica essenziale per chi produce contenuti. Apogeo.
  13. Moor, A. 2009. The next paradigm shift: From ‘article’ to topical ‘Wave’. Anthony Moor Online, 23 ottobre.
  14. Petersen, T. 2010. The Power of Digital Ecosystems. Black&White, 2 marzo.
  15. Thompson, M. 2009. An Antidote for Web Overload. Nieman Reports.

08.05.2014


Commenti

Riflessioni del giorno | Carlo Columba

[...] Su Architettura dell’informazione giornalismo e cross-medialità. Dal giornale-cattedrale all’univ…il discorso invece è tutto centrato sugli aspetti funzionali e di costruzione del significato. Sottili ( e interessantissime) analisi di come il contenitore (giornale, sito, etc) diventi quadro e veicolo di significato. [...]

16.11.2010


chantal warda

bravo Fede. J’ai lu et maintenant je le digere….
Chantal

16.11.2010


Davide

Grazie per questo bell’articolo.
Uno dei passaggi che preferisco è relativo alla possibilità di continuare ad aggiungere elementi ad una storia.
Spesso però le redazioni non hanno figure dedicate all’architettura dell’informazione, quindi mi chiedo: data questa possibilità quali sono le misure da adottare per fare in modo che la storia possa crescere in modo coerente?

16.11.2010


Federico

Direi che la base su cui “poggiare” il senso, in assenza di strutture più complesse, è un insieme di tag che sia poco esteso, controllato e manutenuto con cura certosina. Meglio pochi ma buoni: al Guardian non usano un tag se non corrisponde ad un “topic” cioè ad un macro argomento oppure ad una personalità o a un’azienda di spicco.
In secondo luogo si possono creare assi del tempo che dispongano automaticamente su una linea i contenuti che si sono susseguiti relativamente ad un tema. Ci sono vari tool che fanno questo (e anche un plug-in worpress se non mi ricordo male).

16.11.2010


Rocco

Ma se si parla di semantica, narrazione e giornalismo, non si potrebbe parlare anche di frames oltre che di tag?

16.11.2010


La content strategy e i due assi dell’architettura dell’informazione – Luca Rosati

[...] in modo complementare anche da chi progetta, produce e confeziona i contenuti. Come scrive Federico Badaloni, insomma, una buona architettura informativa dei contenuti — e quindi una buona content [...]

29.11.2010


Content strategy: moda o realtà? – Luca Rosati

[...] F. 2010a. Architettura dell’informazione giornalismo e cross-medialità. Dal giornale-cattedrale all’unive…. Trovabile. 2010b. Riflessioni sull’architettura dell’informazione. [...]

13.01.2011


Daniele

La parte sulla Produzione e struttura dei contenuti è molto interessante e proverò a rispondere alle domande con un post, ovviamente citando la fonte ;)

08.05.2014


Sorytelling mediante correlazione – Luca Rosati

[...] Architettura dell’informazione giornalismo e cross-medialità. Dal giornale-cattedrale all’unive…, di Federico Badaloni [...]

27.06.2014


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